Gli editori sardi contro i tagli nella legge finanziaria e contro la politica culturale della giunta Soru.
Mario Argiolas: «Più rigore, ma anche dalla politica»
«Scelte deleterie, fondate su pregiudizi e su miti, a cominciare da quello del mercato»
“Il bilancio regionale va risanato ma quali sono le prospettive? Da che parte si vuole andare?”
“Ci chiedono maggiore qualità ma anche noi la chiediamo, per esempio quando si fanno le nomine”
“Molte cose dette in campagna elettorale sono contradette dai fatti. Speriamo che il Consiglio rimedi”
«Nelle scorse settimane si è sviluppata sui mass media una polemica sui tagli all’editoria a seguito del congelamento di una delibera presentata in giunta dall’assessore Pilia. In un suo intervento su La Nuova Sardegna Guido Melis l’ha definita una polemichetta. Non sono d’accordo. La cifra in gioco non è gran cosa, è vero, ma la polemica era ben fondata, seria, almeno da parte nostra. I problemi che abbiamo posto sono tuttora all’ordine del giorno e sono rivelatori». Così Mario Argiolas, il presidente dell’Associazione degli editori sardi, difende le ragioni dei suoi associati. In questa intervista Argiolas spiega perché, secondo lui, i tagli all’editoria sono un problema serio e in quali modi le questioni aperte dalle decisioni della giunta andrebbero affrontate.
Quali sono le vostre preoccupazioni?
«C’è il rischio che passi una linea di politica culturale deleteria, che produrrebbe conseguenze negative sul tessuto culturale sardo. L’hanno capito, a loro spese, dopo di noi, gli esponenti degli altri comparti: teatro, spettacolo, musica, periodici. La politica della giunta regionale, al di là di alcune iniziative eclatanti e dal forte impatto politico e mediatico, è fortemente condizionata da fattori puramente economici e finanziari. Sono concezioni che rischiano di allontanare l’obiettivo della coesione sociale e di abbassare paurosamente gli indicatori della qualità dello sviluppo. Fattori e indicatori, coesione sociale, cultura, tempo libero, informazione, produzione culturale, che l’Europa e l’Onu hanno assunto da tempo come parametri imprenscindibili di riferimento. Poiché notiamo la forte contraddizione tra queste politiche e quanto dichiarato in campagna elettorale dal Presidente Renato Soru, poiché sappiamo che il consiglio regionale nel suo complesso ha dimostrato e dimostra sensibilità nei confronti delle politiche culturali, ci auguriamo che siano attuati dei correttivi, che si cambi rotta al più presto, che siano introdotti degli emendamenti nella finanziaria regionale».
C’è però un problema di risanamento dei conti pubblici e di riqualificazione della spesa...
«Giusto. Nulla da dire. Sono i tempi e i modi che sconcertano. Si sono levate molte voci critiche. Il mondo dell’editoria, dell’informazione, del teatro, dello spettacolo. Paolo Fresu, Mario Faticoni, tra gli altri. Pietro Zambelli ha scritto: “La Regione è in sofferenza economica, quindi si taglia. Giusto, forse, ma con quali criteri? Quali le prospettive future? Esiste una “unità di crisi” che abbia allo studio il recupero almeno di una parte dei fondi, oltre al compito di dare sviluppo e sicurezza futura al comparto attraverso la formulazione di leggi specifiche?”. Una bella domanda che attende una risposta. Noi editori una legge l’abbiamo: la legge regionale n. 22 del 3 luglio 1998. E’ una legge a sostegno del sistema dell’editoria e dell’informazione. Riguarda editori di libri, di periodici, emittenti radiotelevisive. Prefigura il sistema della comunicazione. E’ una legge molto avanzata per la filosofia che la sottende. Ci sono anche dei criteri applicativi, c’è una commissione che esamina le istanze. La legge è stata applicata poco e male ed è sottoposta al regime de minimis. Avere una legge non ci ha salvato. La delibera relativa al 2004 è stata respinta dalla giunta regionale. Le motivazioni non le conosciamo». - Quali sono le vostre richieste? «Riteniamo assolutamente necessario erogare i fondi relativi al 2004, sia per la legge 22 sia per la legge 26, integralmente, anche per ricreare un clima di fiducia reciproca e di certezza del diritto. Tra l’altro ciò permetterebbe di concludere progetti importanti come quello della Rai relativo agli archivi audiovisivi. Così come riteniamo necessario prevedere fondi adeguati per il 2005, per poter applicare la legge, con tagli meno drastici di quelli previsti».
Ci sono possibilità di dialogo per una soluzione concertata?
«Rifare la legge sull’editoria, riqualificare la spesa, rivedere i criteri: questa sembra essere la volontà dell’assessore e della giunta. Noi rispondiamo che siamo disponibili, ma prima occorre sgombrare il campo dai pregiudizi e dai falsi miti».
Quali sono i pregiudizi?
«I pregiudizi più ricorrenti sono questi: editoria assistita, contributi a pioggia, questuanti della cultura, buona e cattiva editoria, libri che a leggerli è un martirio, libri inutili e chi più ne ha più ne metta. I miti che tornano e ritornano sono il mito del mercato e dell’esportazione, il sostegno ai grandi enti e istituzioni e all’editoria d’eccellenza come volano per lo sviluppo. Occorre prima di tutto guardare con attenzione e rispetto alla produzione editoriale sarda, non è un buon metodo quello di enfatizzare i difetti, che sono secondari, e diminuire i meriti che sono preponderanti. L’editoria rispecchia il patrimonio culturale e letterario della Sardegna, veicola la cultura, la ricerca, promuove nuovi autori, nuovi studi. Ha un valore culturale ed è un laboratorio di conoscenza. Nei libri si deposita l’identità culturale della Sardegna. Il libro può rappresentare una risorsa per lo sviluppo, può dare un grosso contributo allo sviluppo dei saperi locali. Fatto questo è più facile distinguere tra assistenzialismo e sostegno. L’assistenzialismo è un concetto superato, evoca spreco e misfatti. Parliamo di sostegno, doveroso, perché finalizzato a promuovere la cultura, l’informazione, a incentivare la crescita professionale dei soggetti che operano nel territorio. Il concetto di bene e male, di buona e cattiva editoria non ci porta molto lontano, sarebbe meglio utilizzare un altro linguaggio più consono a un a classe politica che ha dichiarato più volte di proporsi di attuare un forte investimento nella cultura con il proposito di rianimare il tessuto produttivo della Sardegna. Questo proposito, che richiede, per essere attuato, di far leva sulla soggettività e sull’iniziativa autonoma dei soggetti, degli attori sociali, difficilmente si può conciliare con una logica che appare fortemente verticistica».
E i falsi miti?
«I miti del mercato, dell’eccellenza. Quello del mercato è un mito pericoloso. Intanto perché occorre, in molti casi, mantenere uno spazio di espressione che non abbia nel mercato il punto di riferimento principale. La filiera dell’editoria, dell’informazione e della comunicazione merita molta attenzione e cura in quanto il pluralismo delle fonti informative e dei soggetti che operano nel settore è la linfa della democrazia e merita attenzione anche perché il mercato in Sardegna è fragile, è debole, vive una crisi drammatica, è sottoposto alle leggi durissime della globalizzazione. La collettività dovrebbe farsi carico di questo problema non facendo mancare il sostegno. Il mito dell’esportazione ha origini lontane. E’ stato di recente rilanciato da Guido Melis che ha scritto: «La Regione dovrebbe dare qualche soldo in più a quegli editori che hanno il coraggio di uscire dal recinto protetto de “su connottu”, di varcare il mare e di portare i loro titoli in continente, nel campo aperto della concorrenza». Questa affermazione, vecchia, ha ottenuto un grande successo, pare, nell’ambito dei gruppi consiliari della maggioranza. Peccato che rappresenti appunto una facile scorciatoia ai problemi, una pura illusione. Correva l’anno 1984 quando mi capitò di scrivere un articolo sulla rivista “Ippografo” per richiamare l’attenzione sulla illusorietà di una ricetta che faceva affidamento sull’esportazione per risolvere la crisi dell’editoria sarda. Dimostrai che il motivo vero della crisi stava in Sardegna, nello scarso assorbimento del libro da parte del mercato. D’altra parte, il mercato esterno non offriva adeguate garanzie di assorbimento per una produzione che al 90% era orientata a tematiche di interesse regionale».
Ma oggi le cose sono cambiate...
«Oggi qualcosa è cambiato, il mercato regionale si è allargato, ma non a sufficienza. Si pensi solo al fatto che i punti vendita, le librerie, sono solo 50 in tutta la Sardegna. La produzione copre un più ampio ventaglio di tematiche ma per l’80% è di interesse locale. Quindi l’esportazione non risolve i nostri problemi. Può rappresentare la seconda gamba dell’intervento. La prima è il mercato interno. Un mercato che può essere molto più vasto se solo riuscissimo ad intercettare una parte dei flussi turistici e ad avvicinarli alle nostre produzioni. Esportare oggi richiede intelligenza, altrimenti si rischia di sprecare tanti soldi per niente. Essere distribuiti su tutto il territorio nazionale richiede tirature folli, al di sopra della nostra portata. Interventi mirati invece possono essere fatti: una rete di librerie convenzionate, 50 in tutta Italia, l’utilizzo di internet e tanta promozione. Per questo anche nel 2005, seppure con risorse molto inferiori, saremo presenti, con la Regione, alle fiere del libro di Bologna, Torino, Francoforte Roma e organizzeremo la fiera regionale del libro di Macomer».
E l’eccellenza?
«Il mito dell’eccellenza è veramente singolare. Farci affidamento come sardi è davvero troppo. Ci siamo forse dimenticati che siamo noi che abbiamo coniato il concetto delle “Cattedrali nel deserto”? Proponiamo invece di puntare su un sistema culturale integrato o sul concetto di distretto culturale. Più soggetti che operano in sinergia, ognuno con il proprio ruolo. Un percorso inverso che davvero può dare risultati anche di eccellenza. Orientare la spesa solo verso le grandi istituzioni, pensiamo all’Università e al Teatro Lirico, solo per fare due esempi, non è lungimirante. Ci farebbe fare un grosso passo indietro. Pensiamo solo a cosa sarebbero oggi gli studi sulla nostra cultura senza il lavoro di Carta Raspi e Antonio Cossu, e senza i laboratori rappresentati da riviste come Ichnusa e La grotta della vipera, solo per fare due esempi nel campo dell’editoria. E pensiamo anche a che cosa sarebbe oggi l’Università sarda senza la spinta proveniente dall’esterno. Non ci scordiamo certo che ci sono voluti quasi trent’anni perché l’Università accettasse di occuparsi di lingua sarda».
Però più qualità non guasterebbe...
«La politica ci chiede indicatori di qualità per definire l’intervento pubblico nel campo della cultura. Noi accettiamo la sfida, ma a patto che si escluda il criterio della discrezionalità. La Regione deve scegliere, certo, però lo deve fare sulla base di criteri di legge validi per tutti, chiari e controllabili e frutto della concertazione con i soggetti interessati. Noi accettiamo la sfida a patto che si riconosca alla cultura la sua peculiarità, la sua autonomia. Non possiamo ridurci ad essere un semplice supporto di politiche di promozione turistica né possiamo accettare che il solo parametro di valutazione sia quello della struttura d’impresa, del numero dei dipendenti, mettendo in secondo piano il prodotto. Accettiamo la sfida della qualità, ma nello stesso tempo, come cittadini, chiediamo alla politica più qualità: quando deve applicare le leggi, quando deve scegliere, quando deve fare nomine, quando deve assicurare il funzionamento democratico delle istituzioni. Più qualità per tutti, più intelligenza, per superare questo momento difficile per la Sardegna».
Costantino Cossu
da LA NUOVA SARDEGNA del 2/04/2005
Link:
>>> La Nuova Sardegna